
Sono giorni in cui penso al significato della cura ed ai suoi simboli.
Mi trovo a considerare che chi presta un servizio di cura spesso è donna.
La donna presta cure, si prende cura, si incarica di alleviare ferite e sofferenze, di allevare, nutrire, di educare, di amare.
La donna si carica di un onere del quale molte volte non sente il peso.
Purtroppo ciò che dovrebbe nascere da un movimento interno, da una scelta personale, è frequentemente e silenziosamente imposto.
E' la donna che deve badare ai non autosufficienti, ai meno autosufficienti di lei.
Perchè la donna è naturalmente portata all'empatia, alla compassione, all'amorevole abnegazione.
E la società, la comunità, vede nella cura femminile ciò che vuole vedere. L' I care femminile è 'roba da donne', svalutato, in fondo, anche da chi riceve cura e sottopagato alla fine del mese.
La donna che si interessa e si prodiga per chi è bisognoso di cure altro non fa che assecondare la propria intima inclinazione e spargere la sua benevolenza materna.
La donna che si prende cura spesso diviene consapevole della sua posizione di debole tra i più deboli, i deboli non autonomi, non produttivi.
Non fosse per il ricordo della sua primordiale importanza e per l'odierna inequiparabile utilità, del mestiere della cura non si occuperebbe nessuno, se non (forse) le donne, relegate nell'angolo delle pazienti benefattrici, isolate nel loro stesso desiderio di mobilitarsi per aiutare.
Qualche anno fa conobbi una ragazza di nome P.
All'epoca godevo di un contratto di 150 ore da spendere, in qualità di sorvegliante, in un laboratorio di informatica.
Fu là che incontrai P.
Ricordo che la trovai subito simpatica, sebbene un poco strana.
P. era più grande di me, alta, molto magra, un perenne sorriso stampato sull'intero del viso.
Un folletto, a vedersi.
Ma a P. le cose non andavano bene. Era innamorata, suo malgrado, di un ragazzo troppo giovane; gli studi terminati non l'avevano portata da nessuna parte, se non a correre costantemente lungo una città sempre più ostile per assicurarsi poche decine di euro al giorno.
P. era sempre scossa da un impercettibile fremito che la rendeva ai miei occhi stanca, e malata.
Era un piacere conversare con P., ma intimamente provavo tristezza in sua presenza.
Ora penso spesso a P., ora che ho raggiunto i suoi anni, che ho finito i miei studi, che corro.
Per puro caso ieri sera, ore 20, mi trovavo in cucina. Decisa ad improvvisare una sostanziosa cenetta accendo il televisore, puntando su Rai1. Nella distrazione del momento non faccio caso ai servizi che scorrono ed una volta posta la pentola sul fuoco mi dedico allo zapping.
E' a questo punto che me ne accorgo. In sovraimpressione al mezzo busto del Tg5 compare la scritta maiuscola 'Eluana è morta'.
Ritorno alla Rai, cercando conferme. Con il passare dei minuti la notizia è suffragata dal portavoce delegato ed al Senato i toni del confronto iniziano a perdere il rigore e la dovuta compostezza istituzionale.
Dimenticandomi di curare la mia cenetta, cerco di nuovo un programma televisivo a cui prestare attenzione. Come segnalato questa mattina dai siti di Repubblica e de La Stampa, è da notare che unicamente la programmazione di Mediaset non ha subito variazioni (escludendo lo speciale del Tg4 andato in onda dal Direttore Fede) rispetto agli eventi della serata, ragion per cui Enrico Mentana ha consegnato le sue dimissioni all'azienda del premier Berlusconi.
Dopo un rapido esame delle proposte in onda, decido di fermarmi all'Infedele, curiosa di ascoltare gli interventi dei presenti in studio.
Il primo ad essere interpellato è Zagrebelsky, il quale, con pacatezza e serietà, subito introduce uno dei nodi fondamentali della questione: il rispetto e l'osservanza del diritto.
Posto, ed assodato, che la vicenda 'Englaro' si è svolta al cospetto dei Tribunali e delle Corti italiane, posto, e verificato, che la Corte di Appello di Milano e la Cassazione, con argomentata motivazione di merito, hanno sancito la legalità dell'azione per cui si richiedeva l'autorizzazione, perchè non ascoltare e farci guidare dal diritto?
Zagrebelsky afferma che è proprio nei frangenti in cui le opinioni ed i valori sono così discordanti che occorre guardare al diritto, quale strumento (formale e sostanziale) atto a ricomporre dissidi ed a tenere insieme una comunità.
Sebbene sia del tutto ragionevole nonchè prevedibile che una caso giunto alla notorietà mediatica come quello di Eluana susciti interrogativi e sollevi pretese (di certezza, di protezione, di libertà) in ognuno di noi, non è comprensibile né tanto meno accetabile assistere all'attacco ed alla deligittimazione delle nostre istituzioni e della nostra Carta Costituzionale.
Similmente è da ritenersi scorretto, in sede di confronto tra opinioni, confondere piani argomentativi differenti ed utilizzare sconsideratamente significati dall'alto valore emotivo.
Ieri sera, guardando l'Infedele, ho scoperto che la senatrice Binetti è medico (a ragion veduta, mai l'avrei detto). Bene, ieri la senatrice Binetti insisteva a desrivere Eluana (prendendo spunto da alcune ansa) in buono stato, forte (verrebbe da aggiungere sana), nutrita, fisicamente in grado di spravvivere ancora a lungo. E da qui il passo è stato breve nell'affermare che Eluana deglutisce (quindi: mangia!), ed altri assurdi proclami di uguale portata simbolica.
Dopo un paio d'ore di trasmissione, quando il tono della discussione aveva ormai tradito la compostezza auspicata, ho spento la televisione.
Forse rispondendo alla volontà di rispettare una famiglia ed un dolore privato, forse non volendo saggiamente cadere in inopportune provocazioni, ieri non ho sentito pronunciare una sola volta la parola 'libertà' (se non in un intervento-lampo del conduttore), così come la parola 'scelta'.
Nonostante i tanti problemi da affrontare e da investigare, quali, ad esempio, la definzione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiali come terapie mediche piuttosto che come cure di base, l'accettazione senza riserve del criterio per individare lo stato vegetativo permamente e delle conseguenze che esso porta con sè (stato da tenersi ben distinto dalla morte cerebrale), ed ancora la differenziazione, morale, giuridica, e deontologica, tra i termini 'eutanasia', 'rifiuto delle cure' ed 'accanimento terapeutico', non si vede all'orizzonte un tentativo, una volontà, di mettere ordine tra questi temi fondamentali, fornendo certezze e linee guida chiare.
Sollecitati, tutti noi, da un caso come quello 'Englaro', ognuno con le proprie idee ed i propri valori, mi rattrista e mi amareggia avvertire come il dibattito, il confronto, si erga lontano, in alto, tra 'cultura della vita' e 'cultura della morte', lasciando l'individuo, la persona, sola, inascoltata ed indifesa.
Uno stato che si dica laico ed una fede religiosa che si dipinga come tollerante (e caritatevole) devono promuovere lo sviluppo, il benessere, la convivenza armoniosa degli individui, affinchè il rispetto per la persona regni sovrano e ad ognuno sia concesso di vivere la propria vita in comunione con gli altri.