Vorrei aprire un dibattito:
tra quelli che hanno fatto, stanno facendo, si son fatti un'idea dell'erasmus, sono io l'unica che è stata colpita così sorprendentemente dal ritorno in patria?
Appunto perchè cerco il dibattito non starò qui a dirvi cosa mi è capitato oggi di singolare, cosa mi ha suscitato quella tal cosa...vi basti sapere che mi sento molto protesa verso la mia famiglia, gli amici, la mia città (si', proprio lei, quel locus amoenus di 60.000 abitanti circondato dal lago, che si è pure recentemente scoperto essere altamente inquinato...'na zozzeria). A. mi ha detto: non ti vengo a trovare, non voglio turbare la tua esperienza erasmiana (e poi tanto non ci sono)...ma credo sia impossibile non scalfire tale esperienza. Se penso ai racconti degli amici, a cosa hanno fatto in questi mesi, ai loro progetti (concreti!), alle persone che si sono ricordate di me, a quelle che non ho ancora visto e non vedrò...come posso rimanere ferma (direi chiara e distinta) con la mente al mio paesino al nord, a Parigi, alla fac, agli erasmiani (che siano nanterriani o sorboniani)?!
Lo devo ammettere: mi sento un poco invasa da una malinconia non ben specificata (ma penso che tutto ciò sia dovuto anche ai Dylan Dog che sto divorando).
Sto cambiando idea? No. E allora, tutto ciò che minghia mi va a significare (vediamo se cogliete il riferimento...)? On va voir...
Credo anch'io che le belle canzoni arrivino da dove meno te l'aspetti
...anche se non ha molto senso scrivere dell'erasmus da casa...
Pochi giorni fa S. mi aveva detto quanto le faceva impressione vedere come la vita qui a casa continuasse anche senza di lei.
Stamattina, Natale, mi sveglio verso le nove e mezza, decisa ad andare a trovare la signora Ida.
Rimango un bel po' di tempo in bagno (d'altronde a parigi non ho il bagno in stanza), ricevo una telefonata, mi accorgo di aver lasciato la patente in francia. mio padre mi accompagna in città dal nonno a prendere qualche pasticcino e mi lascia al geriatrico. "Sono le dodici, Lei starà già mangiando, la saluto, le lascio i dolcetti e le dico che passero' in questi giorni".
Entro. Il piano di sotto è deserto, devono essere davvero tutte a tavola. Faccio le scale, entro nel salone da pranzo: lei non c'è.
"Porca miseria, l'hanno messa in purga di Natale!". Vado in camera sua. Diversamente dal solito la trovo chiusa. Mi affaccio sulla porta. I tre letti sono fatti, le lenzuola tirate fin sui cuscini, dentro non c'è nessuno.
Richiudo. Vedo arrivare un'infermiera. "Scusi, la signora Sivori...". "Eh, è morta...proprio stamattina, mezz'oretta fa. è ancora nel suo letto".
L'infermiera mi ha riaccompagnato nella stanza e allora l'ho vista, coperta dalle lenzuola, minuscola.
Volevo vederla, ma non sono riusciuta a chiederle di scoprirla.
Erano sei anni che conoscevo la signora Ida. Penso non troverò mai più una persona come lei. Ha avuto una delle vite più dure e sofferenti che io conosca e l'ho vista sempre ridere. Non avevo neanche diciotto anni e lei mi diceva "mi raccomando, stè mia darla via!". Continuava a ripetermi che quando sarei diventata professoressa non sarei andata più a trovarla. Andava fiera degli sforzi che aveva fatto, era curiosa, amava le persone.
Da tre mesi aveva smesso di mangiare...so che desiderava morire.
Ancora una volta, anche se tra me e me, le dico "Stia tranquilla, non la dimentico"
Lunedi'. la testa è ancora pesante e lo stomaco reclama di nuovo cibo.
sono arrivata da poco in università, giusto il tempo di controllare la mail e vedere che la prof si è lamentata del mio compito...bien.
fuori c'è aria da neve, il cielo sembra non volersi aprire. stanotte ho dormito da M., ci siamo svegliati presto, abbiamo fatto colazione insieme. a una cert'ora sono uscita, avevo delle cose da fare.
ho preso l'autobus a caulaincourt per andare a saint lazare. la via era bellissima, i café aperti, la gente con le sporte della spesa, i piccoli passages per salire a montmartre, il cimitero, luminoso, ad aprire uno spazio inatteso tra le case. è proprio bella questa zona.
solito traffico in place de clichy. ma anche qui, nonostante la calca di macchine moto e pedoni, tutto mi sembra bello, pigramente al proprio posto. sull'autobus c'è una ragazzina bionda bionda, la sguardo dolcissimo. non rieco a credere che abbia saltato scuola, forse va a trovare la nonna.
saint lazare. sullo spiazzo un vecchietto suona una campanella, raccoglie fondi per natale. le persone lo guardano, rispettose.
il treno è là ad aspettarmi. mi siedo tra facce stanche, e so di avere anch'io le stessa malinconica espressione. partiamo, guardo parigi che scorre...è vero, sono un'inguaribile romantica.
Natale si avvicina. S. è tornata oggi a casa, con un sorrisone stampato sulla faccia.
Io sento di non averne troppa voglia, forse è il periodo che non è adatto.
Dopo lezione vedo A., insieme andiamo in sala d'informatica. Lei torna la settimana prossima, è contenta.
Le dico allora cosa mi passa per la testa, e lei mi chiede: ma non ti mancano i tuoi amici, i tuoi punti di riferimento?
Questa domanda mi spiazza. Certo, a volte ci penso, ho visto che è dura riprendere le tue cose dopo che un amico è venuto a trovarti. Ma non sento di avere voglia di tornare a casa.
S. ha paura che questo periodo possa significare per lei qualcosa di più dell'erasmus, come rimanere qui un altro anno, e forse un altro. Forse teme quel momento in cui non ti senti più ancorato a casa tua.... perso nella nebbia, senza nulla, nè davanti nè dietro.
Forse sono davvero fatta per ammirare le stelle da lontano...forse sto cercando anche qui una nuova situazione di equilibrio, in cui chiudere gli occhi.
Era stata gentile. mercoledi', dopo il compitino fatto in qualche modo, mi aveva invitato a bere qualcosa dalle sue parti.
pur essendo mentalmente stanca ero contenta di uscire con lei, speravo solo non fosse una cena tra amici francesi, nel qual caso sarebbe stato un po' impegnativo.
ringrazio, chiedo di nuovo l'ora. oggi c'è sciopero dei treni, non posso tornare a casa quest'ora...ad ogni modo ho voglia di andarmene alla défence, devo ancora vedere il mercatino di natale.
esco dalla rer e vengo investita dai suoni e dalle luci del mercato...una sorta di paesino di babbo natale circondato dai giganti di ghiaccio.
in mezzo a facce tutte rosse e gaie faccio un giro tra le bancherelle, non troppo dissimili a mille altre già viste. l'odore di vin brulé mi mette di buon umore, sono contenta di passare un po' di tempo li' in mezzo.
giretto alla fnac, in mezzo a fastidiosi cofanetti regalo e file per provare non so che cosa. mi viene voglia di compare una cartolina. la trovo, è in bianco e nero; una ragazzina col cappuccio sulla testa guarda verso l'alto, la bocca aperta, stretta nelle spalle. sopra di lei la neve scende e parigi si copre.
Attendo le sei e mezza. prendo la metro fino a gambetta, estremo est di parigi. Marianne abita li'.
Le faccio uno squillo (un bip) e lei arriva subito, sorridente, preoccupata di avermi fatto attraversare tutta parigi. Entriamo nel suo pub preferito (mi dice che il nome è il titolo di un libro di Fante), pieno di tavolinetti e chincaglierie. Prendiamo due birre, parliamo di parigi, del suo prossimo erasmus a bologna...sparliamo di un prof (ma come cazzo avrà fatto a mettere incinta sua moglie?), parliamo di film, di musica. Capisco, lei mi capisce...finalmente sento di dire qualcosa.
Si va a casa sua. settimo piano, senza ascensore. è uno di quei bilocali ricavati dalle vecchie camere delle servitù, nel sottotetto. in casa c'è una delle sue conquiline.
prepariamo qualcosa da mangiare. la cucina è sul piano, fa veramente freddo. sparse ovunque bottiglie di leffe. mangiamo in sala, su un tavolinetto basso, sedute sul tappeto. si chiacchera, prometto di inviarle delle canzoni italiane, lei mi farà un cd.
Arrivano anche i dolcetti, sono bretoni. Sono dolcissimi, di pasta molle, sembrano ricoperti di miele...penso alla Bretagna, prima o poi ci andro'.
Devo scappare, stasera non ho molti treni. saluto, alla prossima.
in venti minuti sono in stazione, il treno è li' ad attendermi. Dormo rannicchiata fino a vaucresson, serena.
Il sito di Repubblica mi ha informato che oggi, a bruxelles, si festeggiano i vent'anni di vita del progetto erasmus. Vent'anni (o quasi, dato che mi sembra di aver letto che il progetto è iniziato nell' 87) di giovani sparsi in europa (soprattutto, statistiche alla mano, tedeschi e spagnoli), spinti dalle motivazioni più diverse, portatori, cosi' vuole l'articolo, di un positivo messaggio europeista.
Seguono poi considerazioni strane per uno che è stato in erasmus, tipo: ma l'erasmus serve a trovare più facilmente lavoro?, quanto guadagna in più uno che è stato in erasmus?...Possibile tanta ingenuità, o si tratta solamente di disinforamzione, rispetto a come vanno realmente le cose?
Battute a parte, l'articolo mi ha confermato un'opinione che mi stavo facendo osservando qui in francia come considerano l'erasmus. Si parte per qualcosa, con un progetto in testa, e si sceglie la meta in funzione del mercato (quindi, tutti oltre manica o altre oceano).
I francesi non approfittano molto dell'erasmus. Puntano a finire gli studi, poi se proprio un master all'estero (ma se proprio...). Francesi, scandinavi, i tedeschi un po' meno...mi sembrano tutti già proiettati verso qualcosa di molto concreto...che sia una generazione di predestinati? In confronto gli italiani e gli spagnoli appaiono ancora balbettanti, ma in questo non c'è nulla di nuovo, non per niente veniamo dal sud, no?!
Bene, in questa giornata di festeggiamenti, non posso non approfittare dell'occasione per parlare apertamente dell'erasmus, e per dire, prima di tutto, che mi sono resa conto che non esiste un'unica via ed un unico modo di essere in erasmus. Sembra banale, ma me ne sono accorta da poco.
C'è chi festeggia tutte le sere, chi mangia regolarmente alle due di notte, chi invita ogni sere tipe a casa per provarci, chi chiama cinquanta persone in un bilocale, chi vomita l'anima il giorno del suo compleanno, chi balla con chiunque, chi ride di gusto, chi stringe amicizie, chi comincia a studiare, chi fa sport, chi va a teatro, chi ospita amici, chi vive solo, chi viaggia, chi cammina sotto la pioggia, chi scopre parigi, chi scopre il francese e altri ancora.
Non so se posso dirmi più europeista di prima, certo sento nascere un sentimento di solidarietà verso tutti coloro che stanno vivendo quest'esperienza.
Non festeggio tutte le sere, non ho bevuto cosi' tanto da vomitare (ma forse perchè non è arrivato ancora il mio compleanno), vivo da sola e sono davvero contenta di avere fatto questa scelta. Che poi non porti a nulla di concreto, che non aggiunga una cippa ai miei futuri guadagni, che a volte mi stressi, non m'interessa. Non so come spiegarvelo, ma pur non facendo nulla di speciale, nulla di realmente diverso rispetto all'italia, mi sento bene, potente, un poco adulta. Amo questa libertà, e non si tratta solo di essere lontana dall'occhio dei genitori o di chi volete voi...sento di avere più presa sul tempo, sugli spazi. Forse alcuni di voi vivono già queste cose a casa loro; a me è capitato di provarle solo qui.
Bien, bon anniversaire erasmus et bonne chance à tous!
Non vi capita mai di sentirvi tanto sfigati da pensare di essere davvero diversi dagli altri?
Stamattina avevo messo la sveglia per le sette (causa corso francese). Lei suona, io la spengo e mi risveglio alle otto e mezza, quando il corso di francese è bello che iniziato.
tant mieux...con la mia proverbiale lentezza nel fare colazione impiego qualcosa come mezz'ora prima di rendermi conto che avrei anche un corso, stamattina. comincio a mettermi fretta, riempio la borsa all'inverosimile (libri, cibo, ombrello), faccio due rampe di scale a piedi dato che l'ascensore si è fissato nel suo essere rotto...e track! rotta la borsa, cose sparse per terra. e meno male che non c'era nessuno, deve'essere strano sentire imprecare in un'altra lingua!
torno indietro, cambio borsa (oddio, devo uscire con la sacca dell'alma mater),scendo di nuovo, stavolta tutti e sette i piani. fuori la bufera, pioggerellina fina, ma scordiamoci di usare l'ombrello, tanto si capotterebbe subito.
stazione, attendo il treno. pian piano si arriva alla défence.ormai sono le dieci, ciao ciao anche al corso.
giusto il tempo di un corridoio e sono sul binario ad attendere la rer per nanterre. una voce femminile annuncia "perturbamenti" sulla linea...ah bon!
arrivo in università. meta, solita sala colmputer. e forse faccio anche in tempo a beccarmi la seconda parte del corso.
il vento non s'arresta, la pioggia va e viene. je vous en prie, soccorso!
venerdi' me l'ero imposta, dovevo andare a quello spettacolo di teatro. giovedi' avevo frenato la voglia, ma venerdi' non era più possibile..oltretutto era in facoltà, e gratuito.
in qualche modo, sempre un po' a fatica, mi organizzo la serata (teatro, baguette veloce, festa chez P. con le altre). esco per tempo, costretta a prendere il treno un'ora prima dati gli orari dlle ferrovie.
la serata è dolce (come dicono qui), non rinuncio alla mia giacca di pelle, ho solo l'accortezza di mettermi sotto due maglioni, giusto per non essere impreparata.
arrivo in anticipo, non c'è molta gente che aspetta. mi danno il programma dello spettaccolo...leggo, un poco incredula. si tratta di teatro interattivo, di contatto. si entra in una ventina, gli attori sono posizionati in parti diverse della sala, noi spettatori possiamo scegliere come utilizzare lo spazio e con chi condividerlo.
Il primo pensiero è quello di andarmene...non sono spaventata tanto dal mettere in gioco il mio corpo quanto la mia voce. rimango, non ho voglia di riuscire, per dove poi? sono curiosa, quando andavo al liceo avevo già fatto qualcosa del genere.
Tocca a noi. tolti i capotti ci fanno entrare in una sala buia, sono in luce alcune sedie, un divano e dei piccoli spazi, concepiti come stanze, in cui gli attori attendono...ci attendono.
i miei compagni di viaggio si lanciano, si parano davanti agli attori, li seguono, li abbracciano...io mi limito alle sedie, al divano. sento la bocca chiusa a forza, comincio a pensare che dev'essere buffo vedermi gironzolare tutta sola.
arrivo fino ad un armadio. sul fianco ci sono dei buchi per infilare le mani. non ci penso troppo, infilo le braccia dentro e sorpresa! dentro l'armadio c'è qualcuno.
gioia, finalmente un contatto. passano i minuti, comincia una musica, è il segnale per uscire.
senza fretta mi rivesto, mi sento rigida. camminando verso la metro cerco di respirare più a fondo che posso...in fondo non è colpa mia se non esprimermi in francese.