Qualche anno fa conobbi una ragazza di nome P.
All'epoca godevo di un contratto di 150 ore da spendere, in qualità di sorvegliante, in un laboratorio di informatica.
Fu là che incontrai P.
Ricordo che la trovai subito simpatica, sebbene un poco strana.
P. era più grande di me, alta, molto magra, un perenne sorriso stampato sull'intero del viso.
Un folletto, a vedersi.
Ma a P. le cose non andavano bene. Era innamorata, suo malgrado, di un ragazzo troppo giovane; gli studi terminati non l'avevano portata da nessuna parte, se non a correre costantemente lungo una città sempre più ostile per assicurarsi poche decine di euro al giorno.
P. era sempre scossa da un impercettibile fremito che la rendeva ai miei occhi stanca, e malata.
Era un piacere conversare con P., ma intimamente provavo tristezza in sua presenza.
Ora penso spesso a P., ora che ho raggiunto i suoi anni, che ho finito i miei studi, che corro.