
Sono giorni in cui penso al significato della cura ed ai suoi simboli.
Mi trovo a considerare che chi presta un servizio di cura spesso è donna.
La donna presta cure, si prende cura, si incarica di alleviare ferite e sofferenze, di allevare, nutrire, di educare, di amare.
La donna si carica di un onere del quale molte volte non sente il peso.
Purtroppo ciò che dovrebbe nascere da un movimento interno, da una scelta personale, è frequentemente e silenziosamente imposto.
E' la donna che deve badare ai non autosufficienti, ai meno autosufficienti di lei.
Perchè la donna è naturalmente portata all'empatia, alla compassione, all'amorevole abnegazione.
E la società, la comunità, vede nella cura femminile ciò che vuole vedere. L' I care femminile è 'roba da donne', svalutato, in fondo, anche da chi riceve cura e sottopagato alla fine del mese.
La donna che si interessa e si prodiga per chi è bisognoso di cure altro non fa che assecondare la propria intima inclinazione e spargere la sua benevolenza materna.
La donna che si prende cura spesso diviene consapevole della sua posizione di debole tra i più deboli, i deboli non autonomi, non produttivi.
Non fosse per il ricordo della sua primordiale importanza e per l'odierna inequiparabile utilità, del mestiere della cura non si occuperebbe nessuno, se non (forse) le donne, relegate nell'angolo delle pazienti benefattrici, isolate nel loro stesso desiderio di mobilitarsi per aiutare.
